Looking At The Trees Gazing At The Sky


ID Evento 144387

Informazioni

Data Inizio
12-11-2019

Data Fine
26-11-2019

Categoria
Mostre, Mercati e Fiere

Telefono
349 494 5612 - 339 201 9315

Sito Web
Visita il sito

Indirizzo
St Stephen's Cultural Center - 
viale Aventino, 17 - Roma


Orario
su appuntamento

Ingresso
libero

Totale voti: 135 - Rating: 3.8
Attenzione, non é possibile votare l'evento oltre i 30 giorni dal termine.

Descrizione

Il giorno 12 novembre 2019 alle ore 17:00 il St Stephen’s Cultural Center di Roma presenta la mostra Looking At The Trees Gazing At The Sky: un dialogo tra le poetiche di Marina Buening, Lucy Clink, Anita Guerra accompagnato da un testo critico di Roberta Melasecca. Le tre artiste si confrontano sulla natura e sul naturale, evidenziandone aspetti quali la fragilità, la conservazione, la trascendenza, la realtà e l’illusione in un susseguirsi di dimensioni intimistiche che sorvolano passato e presente. Marina Buening realizzerà una mini installazione di scatole trasparenti che prendono forma da strane conchiglie e dietro di esse dei disegni realizzati a matita e delle acqueforti a punta secca. Lucy Clink presenterà una serie di fotografie in bianco e nero e stampe in gelatina d’argento ispirate agli elementi tipici della tradizione pittorica quali la natura morta, il paesaggio e il ritratto. Anita Guerra mostrerà un mondo di paesaggi naturali, reali ed illusori, presentando un olio su rame.

Marina Buening, Lucy Clink e Anita Guerra hanno travalicato separatamente e poi congiuntamente le barriere del loro pensiero e si sono poste nel naturale, dalla parte della nascita, dalla parte di ciò che aprendosi diviene, nello stare tra il silenzio delle cose e i loro nomi, nei pressi del loro respiro. Hanno percepito il battito e l’essenza, hanno edificato figure di prossimità e di ascolto, di coappartenza e di identificazione, di straniamento e trascendenza. Hanno identificato i limiti dell’impossibile e dell’ignoto, dell’immaginazione dell’impossibile e dell’oltre. Hanno indagato parole senza confini che mostrano l’insondabile, che pongono domande ma non trovano risposte efficaci. Sono giunte ai cieli nascosti che ogni giorno gli alberi osservano, all’interiorità abitata dal percorrere di tempi e spazi e, in minimi movimenti, spostandosi di orizzonti in orizzonti, hanno tentato di dischiudere il visibile e l’invisibile, generando in tal modo una duplice visione. Ed hanno scrutato, osservato, raccontato di ambiti intimi e familiari, a tratti respingenti o illusori, in istanti di finzioni e materialismi: hanno scoperto un viaggio comune di stati d’ombra da cui giungono da vicinanze o lontananze.

Marina Buening plasma e organizza dei micro-mondi, quasi corrispondenti alle innumerevoli stanze dell’anima e degli accadimenti dello spirito: contenitori trasparenti che eliminano ogni limite visivo ed incarnano la poetica del doppio dove ogni elemento riflette se stesso e il suo altro. Prendono forma da strane conchiglie, pungenti e spinose, o apparentemente morbide e avvolgenti: è il conchiuso nel contenente, sorta di scatole cinesi che immagazzinano e rilasciano miriadi di realtà sovrapposte. Narrano storie di mondi lontani, frammenti di conoscenze, stanze vuote e abbandonate e nuovamente rivissute: con il suo essere limpido, ogni involucro chiama l’osservatore ad un tocco istantaneo, a suoni perduti di scaglie di mare che rimbalzano sui segni impressi ed incisi. In un labile e etereo processo di trasmutazione, l’artista sonda i tanti tempi possibili, elaborando il flusso di informazioni esterne ed interne verso luoghi di anticipazione e memorie.

Lucy Clink, con mano lieve e decisa, scruta negli anfratti angusti di tempi di rimembranze: nelle sue fotografie monocromatiche, dall’odore e dal colore delle stampe in gelatina d’argento, rivivono gli elementi tipici della tradizione pittorica – la natura morta, il paesaggio e il ritratto – risolvendosi ed aprendosi a essenze intime e intimistiche. Su ogni immagine l’artista fissa luoghi, movimenti, spazi, intervalli, fa emergere oggetti di vita vissuta e quotidiana, narrazioni di un passato stringente e vicino che poi attualizza in una decontestualizzazione di forme e aspetti. Il tempo è in ascolto, fragile, evidentemente non consequenziale, si moltiplica in punti diversi dello spazio, in contorni frastagliati, rivivendo in abiti ancestrali.

Anita Guerra utilizza un elemento prezioso di indagine, le sue mani. Con le mani stringe e afferra, modella e graffia, lucida e leviga. E’ un corpo a corpo con la materia, una simbiosi attesa nella quale l’artista scopre di essere parte del tutto, costituta della stessa essenza dell’elemento che conserva e custodisce nelle ombre e nei bordi delle sue mani. Il rame, rigido e malleabile, si trasforma e si scioglie, contiene la stessa energia, la stessa forza elettrica, è parte essenziale del nostro organismo, del nostro essere materiale-naturale, rosa come la pelle, caldo come il sangue. Anita forgia lastre sottili e sopra fa scorrere fiumi liquidi di pigmenti. E nascono vuoti e fiamme, paradisi e ruscelli, fronde e frutti ignoti. E compaiono segnali di passaggi umani, di strade accennate e costruite, di tempi immemorabili e di istanti sospesi. Realtà e materialità, vagheggiamento e illusione diventano componenti costitutive di una realtà in divenire dove transitano soffi e si tessono speranze.

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